Luca Ripa, direttore Generale dell’Urbetevere Calcio

Questa settimana siamo andati a trovare Luca Ripa, direttore generale dell’Urbetevere, per farci raccontare e per vedere con i nostri occhi il loro approccio didattico e la metodologia di allenamento. L’Urbetevere si conferma una realtà estremamente competitiva ma anche attenta alla crescita e al percorso individuale di ogni ragazzo.

Quali sono le caratteristiche principali della vostra scuola calcio?

Se per caratteristiche principali intendi metodologia di lavoro, siamo ad oggi un centro tecnico Milan. Siamo il polo di riferimento per il centro Italia. Chiaramente questa sinergia col Milan si traduce anche nell’aver sposato in pieno la loro filosofia e metodologia. Questo significa soprattutto fare continui aggiornamenti per i nostri tecnici nonostante la pandemia in corso. Attraverso le piattaforme digitali, infatti, abbiamo avuto l’opportunità di collegarci in videoconferenza per proseguire la formazione e, da ultimo, la scorsa settimana abbiamo ospitato in presenza nuovamente i tecnici del Milan dopo la riapertura delle regioni. In realtà, c’è stata anche una seconda occasione in presenza con una formazione in campo che ha coinvolto sia la fascia del settore scuola calcio sia la fascia della prima età dell’agonistica. Questa metodologia Milan, chiaramente, non snatura le peculiarità e il marchio di fabbrica dell’Urbetevere.  Noi crediamo molto in un percorso dove le figure dell’atleta e del calciatore devono essere simbiotiche. Perché oggi il calciatore non è più vissuto come un tempo, oggi deve essere prima ancora che un calciatore un atleta. Quindi, oltre alle nostre metodologie che vertono sul discorso della coordinazione motoria con istruttori idonei ai quali viene affidato questo tipo di compito, abbiamo a disposizione altre figure come l’osteopata fino ad arrivare al nutrizionista. Quest’ultima figura è particolarmente importante perché crediamo nella cultura dell’alimentazione.  Per quanto concerne invece la metodologia tecnica, non ci inventiamo il calcio: crediamo nel gesto tecnico curato e nella crescita su questo tipo di attitudini, così come crediamo nella formazione con la tecnica applicata. E’ chiaro che a seconda delle categorie c’è un discorso situazionale che va a replicare dei piccoli momenti gara.  Qualcuno li chiama “small sided games”, che non sono altro che delle piccole situazioni a tema in cui si dà un compito ai ragazzi e quel compito va svolto come se fossero in gara. Chiaramente la pandemia ha ridotto questo tipo di lavoro in favore di una crescita più individualizzata.

La vostra è una scuola calcio molto nota: avete tantissimi bambini e gruppi squadra. Come riuscite a conciliare e a gestire i diversi livelli dei bambini riuscendo a far crescere nello stesso momento sia quelli meno pronti che quelli più pronti? I gruppi squadra sono omogenei o eterogenei?

Apprezzo molto la domanda perché è un quesito molto sentito da parte dei genitori più che dai ragazzi che a quell’età non hanno ancora questa curiosità. La tematica dei gruppi è spesso oggetto delle riunioni che facciamo e che presiedo. Cerco di far capire ai genitori per quale ragione la società opera una suddivisione dei gruppi fatti per classi omogenee. Questo è un aspetto molto importante secondo noi perché all’età della scuola calcio i ragazzi sono molto disomogenei. C’è chi magari è molto più pronto rispetto ad alcuni gesti, chi rispetto alla fisicità; c’è chi si alza nel giro di pochi mesi di parecchi centimetri e magari perde capacità coordinative rispetto ad alcuni gesti legati all’utilizzo del pallone. Questa disomogeneità ci mette di fronte a una situazione in cui appunto c’è un ragazzo più pronto e uno meno, ma questo non vuol dire che sia meno capace. Ci sono molti metodi e molti modi di allenare gli stessi obiettivi. Ad esempio, nell’uno contro uno, ci sono almeno 10-15 esercitazioni che si possono svolgere con diversi gradi di difficoltà che si decidono in base alle capacità dell’atleta. Se noi affidiamo un compito troppo arduo rispetto alla preparazione di chi lo affronta, l’esercitazione diventa fonte di grande frustrazione. Questi sono momenti che il ragazzo, fra l’altro, non gestisce in forma individuale ma la condivide con il resto del gruppo andando a compromettere seriamente la propria autostima. Dunque, quando si fanno queste scelte si fanno in base a queste considerazioni, tenendo presente che i ragazzi devono essere messi in grado di svolgere l’esercizio, di saper autonomamente risolvere le difficoltà. Bisogna saper scegliere in maniera corretta le difficoltà da affidare ai ragazzi, perché è anche vero il contrario: potrei dare a un ragazzo, che invece è molto più pronto in quel momento, un problema troppo facile da risolvere. In questo modo non lo si fa crescere. L’obiettivo fondamentale di questo approccio è che a fine anno, grazie al contributo importantissimo di tutti i nostri qualificatissimi istruttori e alla disponibilità dei ragazzi, dobbiamo portare tutti ad un livello superiore rispetto a quello che avevamo individuato precedentemente.

Continuando sul discorso genitori: come vengono percepiti dalla vostra società e quale tipo di rapporto/dialogo instaurate con loro? Come vedete la figura del genitore rispetto alla crescita umana e calcistica del ragazzo?

Ti parlo da dirigente e da ex tecnico, ma posso anche parlare da genitore. Ritengo che i genitori facciano parte del processo di crescita dei bambini. Il loro ruolo è indispensabile perché senza la loro disponibilità il bambino non sarebbe accompagnato al campo e non frequenterebbe i giorni nei quali è impegnato. Quindi la disponibilità del genitore è importante e la si ottiene con il giusto coinvolgimento. Questo passa dal poter dare la possibilità di vedere gli allenamenti e di condividere le gioie e le soddisfazioni che il proprio figlio ottiene con l’impegno.  Non nascondo, tuttavia, che ci sono alcuni genitori che magari hanno degli atteggiamenti che probabilmente non sono positivi, soprattutto con il proprio figlio. Interferiscono in maniera invasiva in un percorso che invece è demandato ai tecnici. Per esempio, si può creare un effetto distorsivo dando dei consigli tecnici che sono in contrasto rispetto a quanto trasmesso dal mister.  In questo modo il ragazzo non riconosce più l’indicazione giusta da seguire e va in confusione. Mamma, papà e nonno danno consigli diversi da quelli che dà il mister. La domanda che allora i ragazzi si pongono è: “A quale delle figure devo dare ascolto?” Il consiglio che do sempre è che bisogna affidarsi e fidarsi della competenza della società e del mister, lasciando liberi i ragazzi di esprimersi secondo le loro caratteristiche e sotto l’attenta supervisione del mister. Questo però non significa che uno non deve partecipare, tutt’altro. E’ importante farlo nella maniera corretta. Bisogna fare un gioco di squadra e fare arrivare al bambino un messaggio univoco. Questo è il mio pensiero.

La pandemia ha messo ancora di più in evidenza un elemento che era già presente prima: i ragazzi ormai da un bel po’ di tempo hanno sempre meno occasioni, se non appunto venendo al campo di calcio, di sperimentare il proprio corpo attraverso esperienze motorie diverse e situazionali. Come cercate di colmare?

Consci di questa situazione, nonostante la pandemia, abbiamo cercato di offrire ai ragazzi un percorso continuativo, ad esclusione chiaramente di quei periodi nei quali eravamo zona rossa. Abbiamo, infatti, messo a disposizione le nostre strutture e i nostri tecnici passando nella pre-agonistica da tre a quattro allenamenti con percorsi dedicati a certi tipi di metodi e a determinati obiettivi. Questo chiaramente ha fatto sì che i ragazzi fossero sempre coinvolti. Colgo l’occasione per ringraziare tutti i tecnici della nostra scuola calcio. Ovviamente faccio lo stesso ringraziamento ai tecnici dell’agonistica che, probabilmente, hanno avuto una vita ancora più difficile per l’età dei loro ragazzi. Devo davvero fare i complimenti a tutti gli addetti ai lavori perché hanno avuto l’abilità di non far mai deprimere i ragazzi, dando loro sempre nuove motivazioni. I ragazzi hanno risposto bene, rimanendo sempre attaccati a questo percorso e continuando a seguire i loro.

L’Urbetevere è una società ambitissima da molti giovani calciatori. Spesso avete l’imbarazzo della scelta. Come si riesce a valorizzare i ragazzi della scuola calcio e al tempo stesso a fare scouting? Come si coniugano successi e crescita dei calciatori?  

La domanda è intelligente e va sviscerata con attenzione. Perché chiaramente l’obiettivo della scuola calcio Urbetevere è quello di lavorare sui profili dei ragazzi per dare loro le giuste competenze e le giuste attitudini per poi accedere al settore dell’agonistica che, come dici tu, è assai competitivo. A volte capita però che alcuni ragazzi che escono dall’ultimo anno della scuola calcio Urbe non abbiano da subito l’opportunità di vestire la nostra maglia, che è importante e genera tanta competizione. Sempre per la stessa ragione di cui parlavamo prima, molti ragazzi alla fine del percorso della scuola calcio hanno ancora una certa disomogeneità, c’è chi sviluppa prima e chi dopo. C’è chi ha un processo cognitivo o una maturità più o meno accentuata rispetto agli altri. Immettere in un contesto così competitivo, da subito, dei ragazzi non ancora pronti potrebbe essere soltanto un male. Tanto è vero che noi consigliamo ai ragazzi di scegliere un percorso meno impegnativo che permetta loro una crescita più serena e spesso questo approccio ci dà ragione. Perché non includendoli subito, noi non li perdiamo di vista poiché questa scelta viene condivisa proprio con i ragazzi e le famiglie. Spesso accade che l’anno dopo i ragazzi tornano da noi più consapevoli dei propri mezzi e consci di potersi giocare ad armi pari questa competizione che si genera in una società come l’Urbetevere. La nostra scuola calcio riesce sempre a formare dei giocatori che poi comunque avranno le capacità di giocare in una squadra d’elite.  Se non nell’Urbetevere nell’immediato, diventano comunque ragazzi d’interesse per altre società perché i ragazzi hanno acquisito delle competenze che non sono solo tecniche, ma di atteggiamento, di relazione, di comportamento, di educazione e rispetto delle regole; di abitudine a certi tipi di lavori e a certi tipi di messaggi. Questo ci fornisce la certezza che lavoriamo in un certo modo, consapevoli che gran parte dei ragazzi rientra da noi dopo un anno o due.

E questa è la dimostrazione tangibile che ogni ragazzo ha i suoi tempi di crescita, che un ragazzo non pronto subito può esserlo dopo e di più rispetto a quelli più precoci.

Questo concetto è più facile da comprendere per gli addetti ai lavori, mentre è più difficile da accettare per i genitori che spesso hanno un senso di protezione e un’aspettativa non giusta. Manca la lucidità nel saper scegliere il giusto percorso per il nostro ragazzo. Se avessimo la giusta lungimiranza e un po’ di fortuna nello scegliere in maniera corretta il percorso del nostro ragazzo, questo sarebbe probabilmente sempre in crescendo. E qui torna il discorso di prima: non dobbiamo dare problemi difficili se sappiamo che non sono in gradi di risolverli. Sarebbe come dare un compito universitario ad un ragazzo di terza liceo. Per lui sarebbe quasi impossibile svolgerlo.   

Per concludere: quali sono gli obiettivi di crescita che vi ponete dopo questo lungo periodo di pandemia

Noi abbiamo sempre rinnovate motivazioni. Il fatto che questa società si sia distinta negli anni sui campi, conquistandosi il blasone che ha, ti dà l’obbligo di rinnovarti completamente e costantemente. Quando facevo l’allenatore, dicevo sempre ai ragazzi che la mentalità che è una cosa astratta, si trova nell’aria, nell’atteggiamento. Si induce la mentalità giusta che per me è la ricerca costante del miglioramento.  Quindi l’obiettivo dei tecnici, dei giocatori e della società è avere questa mentalità, questa ricerca costante del miglioramento. Quello che abbiamo fatto l’anno prima non ci deve mai appagare, bisogna sempre cercare di fare meglio l’anno successivo, con tanta umiltà e dedizione, senza mai essere saccenti perché è un presupposto che ti porta al declino.

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